Le altre chiese

Chiesa di San Francesco

Sull’ altare del braccio sinistro del transetto, ad origine detto “del Crocifisso” appartenente alla Confraternita di S. Giovanni Evangelista che vi fece deporre la tavola di Giustino Episcopi (1516-1609) che scopre i suoi rapporti con Perin del Vaga, Taddeo Zuccari e Raffaellin del Colle. Sull’ altare della Passione (secondo altare a sinistra) detto anche Cappella Apolloni, dal pittore Agostino Apolloni (1520-1597) che la passò al locale Monte di Pietà, si trova la tavola,  – qui deposta nel complesso disegnato ed eseguito nel 1761 dallo stuccatore aretino Carlo Speroni e dipinto nel 1760 “ad uso di pietra” da Abel Crosti di Città di Castello –  della Crocifissione, opera di A. Apolloni, che vi ritrasse in basso tutta la sua famiglia. Al primo altare sinistro detto di S. Giuseppe e dal 1567 di “Ser Francesco Filareti” che ne fece dipingere la pala, dove è rappresentato orante, con il Presepe firmato da Giorgio Picchi (1586). Al primo altare destro architettonicamente di stile rococò italiano e qui tradotto in puro barocchetto marchigiano, dedicato all’Assunta nel 1662 dalla famiglia Tiranni, tela della Vergine Assunta in cielo. L’autore Domenico Peruzzini (c. 1650) illustra la scena secondo l’iconografia tradizionale: la Vergine sale in cielo in un “bagno di luce”, lasciando il sepolcro pieno di rose e gli apostoli in ammirazione.Al secondo altare in marmo, di patronato della famiglia Albertini già nel 1763, è stata tolta la pala per creare una nicchia dove è posta una statua in gesso del S. Cuore di Maria, plasticata da Ruggero Piccini (1849-1950). Rimane, invece, la paletta della cimasa, raffigurante l’Eterno Padre, tela ad olio di claudio Ridolfi (c. 1612). Il terzo altare, nel transetto, forse disegnato ed eseguito dall’aretino Carlo Speroni (1761) è stato privato della pala d’altare sostituita negli anni ‘60 da marmi e da una nicchia che espone alla venerazione la statua lignea della Vergine, scolpita dagli artisti di Ortisei. Spiccano nei due pilastri dell’arco trionfale del presbiterio due statue lignee: S. Antonio da Padova, fatta fare nel 1671 da Carlo Fabrizio Raffaelli e da altri nobili urbaniesi e S. Francesco d’Assisi, voluta nel 1614 dal conventuale organista Franceschino Albani.
In fondo, a completare l’armonia barocca dei pulpiti e delle cornici delle porte ornate di telette ovali uscite dalla scuola di G. F. Ferri, operante in Urbania, spicca l’orchestra con la facciata ad ala dell’organo, datato 1762, dell’urbaniese Arcangelo Feligiotti.

All’esterno della chiesa, fornita di un protiro a crociera con tre arcate, addossato alla facciata già romanica e ricostruita nel ‘700, notevole è la presenza sulla sinistra di un portale gotico in pietra rosa, qui murato dopo il trasferimento (1870) dall’oratorio della SS.ma Trinità, caratterizzato da guglie con motivi vegetali, e attribuito al giovane Lorenzo Ghiberti influenzato, allo scadere del ‘300, da maestro nordico. Nella Sagrestia, divisa in più ambienti, sono esposte le tele dei protettori Cristoforo M., Venanzio e il passionista S. Paolo della Croce (1694-1775). In fondo alla parete destra, su Via delle Maioliche, affiancato all’abside, si erge il campanile romanico, opera del 1472 di maestri comacini.

UN Pò DI STORIA

Dopo la Cattedrale di S. Cristoforo Martire, è la chiesa più antica della città, nonostante il suo aspetto neoclassico, assunto nel rifacimento del 1762, che ha risparmiato tutti i muri perimetrali ed il campanile.

Sorse assieme al convento nel 1282, dopo la distruzione di Castel delle Ripe (1277), quando la comunità dei Francescani del primo “loco” accolto dallo stesso S. Francesco, tuttora denominato “Ca’ i frati”, pensò di abbandonare quel luogo, per trasferirsi in Castel Durante che stava formandosi, affiancandosi all’ area del Comune, entro le mura, come Francescani Conventuali che accettarono la regola di S. Francesco “cum glossa”, e quindi con tendenza lassista. Completata nel 1290, fu consacrata nel 1327 e si sviluppò enormemente perché le famiglie più nobili durantine vi ebbero il sepolcro gentilizio e molte cappelle con rispettive dotazioni: gli altari erano 14, per la maggior parte con ornato ligneo. Dal 1550 al 1558 la primitiva chiesa, nello spirito rinascimentale, fu completamente trasformata, sotto la spinta del giovane guardiano fra Lorenzo Amatori, che ben conosceva Michelangelo Buonarroti, essendo il nipote di Francesco Amatori, detto Urbino, famiglio e collaboratore dell’eccelso artista. Deturpata nel sec. XVI, fu fatta nuova su iniziativa del guardiano P. Francesco Luzi nel 1756, con le forme attuali, interessante esempio di architettura barocca nelle Marche.

Terminata nel 1762, fu consacrata dal vescovo Agostino Zamperoli il 21 Ottobre 1780. Ridotta a unica navata rettangolare con angoli smussati, con transetto e cappelle laterali, nell’ abside, su apparato ligneo intagliato e dorato, opera attribuibile a Giampiero Zuccari, fatto a spese di Giulio Macci nel 1632, è la Madonna in gloria e S. Ambrogio, Salomone e santi Francesco e Brigida, tela di Giorgio Picchi (1582). All’ altezza dell’altare in marmo policromo d’epoca, si aprono le porte d’ingresso a s. della Sagrestia, ricca di tele, a d. della piccola cappella, dedicata originariamente al culto di un’immagine affrescata probabilmente da Bernardino Dolci (sec. XV) Madonna col Bambino in trono di cui esiste un esemplare in Acqualagna riprodotta dal pittore Antonio Conti ed altro in Sagrestia di mano del pittore Attilio Romanini.

Chiesa di Santa Maria Maddalena

Questo complesso cenobitico è ben definito dalle mura che lo stringono e difendono. posto alle pendici del Monte Castellaro, e dal torrente detto del “Gorgozzo” che dà il nome quasi originario al “Monastero di Santa Maria Maddalena del Gorgozzo dell’Ordine di San Benedetto” . Si ritiene dagli storici che i Benedettini di San Cristoforo del Ponte di Castel delle Ripe, già qui presenti dalla fine del sec. VII, vi avessero condotto queste religiose, in territorio di loro proprietà, spiegando così l’onere censuario enfiteutico, registrato già nel sec. XIII. Il cenobio subì distruzioni da parte dei Brancaleoni, che tiranneggiarono Castel Durante, e che trasformarono il monastero in baluardo di difesa contro l’azione del Cardinale Legato Pontificio Albornoz che stava recuperando il potere della Santa Sede in queste contrade. Fu restaurato nel 1385 ed ampliato con l’erezione di un ospedale e più volte riparato nel sec. XV. Circa l’anno 1576 si mise mano alla ricostruzione completa di tutto il complesso, sovvenzionato dal duca Francesco Maria II e dalla Comunità durantina, e ciò in vista che quel monastero ” sempre umile e povero ” accogliesse settanta vergini, ridotte nel 1574 a trenta, del basso popolo, come oggi accoglie monache provenienti dalla Sardegna, da Malta, dalla Nigeria. Il primiero tempio di rozza struttura, riedificato nel sec. XVI, ebbe migliorie a metà del ‘700. Oggi ha tre altari: nel maggiore, dedicato a S. Maria Maddalena, posta entro l’ornato ligneo dorato e scolpito con l’immagine del Padre eterno (inizio sec. XVI), Maria Maddalena penitente, tela a olio dipinta da Guido Cagnacci, di famiglia durantina, nel 1637, suo ” caposaldo stilistico”; (sotto, coperto, resta l’affresco della Trasfigurazione di Giustino Episcopi (circa 1560); gli altri altari prima del 1743 erano dedicati l’uno all’Annunciazione, l’altro al Rosario (le due tele di buona fattura cinquecentesca si conservano dentro il monastero) e sostituite nell’altare d. con il quadro di S.Benedetto che dà la regola ai SS. Mauro e Placido, sorprendente dipinto, datato e firmato 1743 da Maurizio Sparagnini (Urbania 1706-1748), nell’altare a s. S. Maria Bambina dovuta al pittore fanese Giuseppe Luzi. L’apparato ligneo dell’altare e il quadro nascondono, tamponato da muro in foglio, un importante e integro affresco rappresentante la Madonna del Soccorso, fatta eseguire dall’ abbadessa Venturelli nel 1517, come dichiara il graffito nell’arcosolio. Dal 18 maggio 1964, data della scoperta, ad oggi, attende di essere recuperato con spesa irrisoria, e goduto. Nella chiesa, divisa in due spazi da tre arcate che sorreggono il coro di preghiera delle monache, la parte presbiterale è riservata alle Benedettine e il corpo della chiesa ai fedeli. Vi è posta in venerazione la prodigiosa effigie in cera, custodita in artistica teca lignea intagliata e dorata, di Maria in fasce – Maria Bambina – fatta dalle mani di S. Veronica Giuliani da Mercatello inviata in dono nel 1718 e recapitata in modo miracoloso alla badessa Olimpia Gasparini sua compaesana. Vi si festeggia S. Rocco, di cui si espone una statua liqnea di finissima fattura che Michele di Cipriano Piccolpasso, il nonno del celebre ceramologo Cipriano Piccolpasso, aveva portato da Brescia, come voto, nel 1534. La statua proviene dalla Chiesa e Compagnia dei muratori di S.Rocco, chiesa costruita sopra il fossato del Gorgozzo, affiancata alla chiesa di S. Maria Maddalena. Iniziata nel sec. XVI, restaurata dal duca Francesco Maria II della Rovere e dalla Comunità durantina, sconsacrata e pericolante, fu abbattuta poco dopo il 1945.

Convento dei Cappuccini

Il complesso esistente è l’ultimo degli antecedenti, e porta la data certa 1768,voluto dal Provinciale P. Stanislao da Senigallia. Mala presenza dei Cappuccini, i francescani riformati da Frate Matteo di Bascio che si presentava vestito di un lungo cappuccio (per il quale il popolo li chiama Cappuccini) approvato da Clemente VII nel 1525, risa ie al 1576, quando il notaio Ser Francesco Filareto prese l’iniziativa per avere nella sua patria un convento dei Cappuccini, accolta dal loro Capitolo che scelse il colle detto Montesalvo, di proprietà Raffaelli, nobile famiglia che lo cedette gratuitamente. I lavori iniziarono nel 1577 e i Cappuccini si stabilirono in Casteldurante nel 1579 officiando la nuova chiesa dove il Duca Francesco Maria Il della Rovere chiede, nel 1593, di potere fabbricare una cappella e qui la sua tomba. In questa vecchia chiesa – curata con lasciti già dal 1587 e arricchita nel 1605 dell’ altare privilegiato del Crocifisso – nel 1622 fu Guardiano il Padre Benedetto Passionei da Fossombrone, che morirà il 30 aprile 1625 riconosciuto Beato dalla Chiesa . Tutto questo complesso era posto ad ovest del presente. Quasi in cima all’orto ne restano alcune vestigia. La nuova chiesa, aperta al culto nel 1783, fu consacrata alla Natività della Vergine dal vescovo Boscarini il 10 ottobre 1858. Ma i Cappuccini dovettero quasi subito lasciare il convento per le leggi eversive e consegnarlo, il 7 maggio 1868, al Comune che nel 1875 lo adibì a lazzaretto. Fu poi riscattato dai Padri Cappuccini, i quali, lasciata Urbania, lo cedettero nel 1975 alle Clarisse come loro nuovo Monastero, dopo aver lasciato l’avito di S. Chiara di Urbania. L’interno della chiesa ha l’aspetto tipi co della povertà cappuccina, alieno da ogni orpello. Un’alta transenna di noce a colonnine cost ruita da ebanista urbaniese allo scadere del sec XIX, divide la parte del presbiterio dove si è trasferito il coro delle clarisse, dal resto della navata e delle due cappelle laterali. Sull’altare maggiore la pala, tela dipinta a olio, raffigura la Madonna con i Santi Michele Arcangelo e Francesco d’Assisi, opera di mano di Cesare Maggeri (+1629), formato alla scuola del Barocci, dipinta per la prima chiesa intorno al 1620, qui reimpiegata. All’altare della cappella di destra, Madonna Addolorata coi Santi cappuccini e Felice da Cantalice, firmata dal pesarese Pietro Tedeschi, in Roma 1786; l’altare privilegiato del Crocifisso, quello della cappella di sinistra, la tela raffigurante un Crocifisso martoriato e sanguinante, è opera veristica del primo Seicento, e come tale da ritenersi proveniente dal primitivo altare privilegiato. Dietro la parete di fondo del presbiterio, mediante due aperture ricavate ai lati dell’ altare maggiore, si accede al coro privato della Comunità religiosa, ove è posto in venerazione, murato e trasferito dal coro del monastero di S. Chiara, un Crocifisso in maiolica plasticata a tutto rilievo, preziosa opera del primo Cinquecento uscito dalle botteghe dei Salvolini o Episcopi.